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lunedì 14 aprile 2014

Incontro del 26.03.2014 - La tigre bianca

La Tigre Bianca di Aravind Adiga, edito da Einaudi, ha concluso questo ciclo di letture indiane, non senza una vivace discussione (e niente dolci, stavolta!).
Balram Halwai è un ragazzino appena più fortunato dell’Animal dell’omonimo romanzo: cammina diritto e ha una mezza famiglia ma, nonostante la brillante intelligenza, viene strappato presto alla scuola per servire nei chioschi, come si addice alla casta dei pasticceri da cui proviene. Tenendo occhi e orecchie bene aperti, riuscirà tuttavia in un tempo relativamente breve ad affrancarsi dalla sua misera condizione, divenendo prima autista e poi imprenditore: le 232 pagine de La Tigre Bianca sono il racconto spietato di questa “darwinistica” scalata in cui sbranare è il solo modo di non essere sbranati.
E’ stata, per l’appunto, l’amoralità del protagonista a generare nel gruppo reazioni emotive talvolta sin troppo partecipi: nel discutere, abbiamo dovuto tenere a mente che non di giudicare il personaggio si trattava, ma di valutare il romanzo nel suo complesso. Balram è “una brutta persona”, ha detto Helga, e non si può che concordare: tuttavia, non si può prescindere dall’ambiente da cui proviene e dalle sue leggi spietate, da quelle leggi non scritte che da sempre dividono Luce e Tenebre – per dirla come in India -, Ricchezza e Povertà, Potere e Sudditanza. Eppure, proprio per questo determinismo senza via di scampo, è difficile tracciare, mentre si legge questo racconto, un confine netto tra Bene e Male, è difficile perché il libero arbitrio non sembra alla portata di chi può solo scegliere tra miseria e cinismo. La massa degli oppressi è chiusa, spiega Balram, in una Stia per Polli da cui non sembra voler uscire, semplicemente perché essa corrisponde, in un certo senso, ai confini del mondo conosciuto; nelle ultime pagine, il piccolo Dharam sembra promettere con una perfida strizzatina d’occhio di tenere viva e funzionate la catena della sopraffazione…
Piuttosto saturi delle umane miserie, nel prossimo ciclo di letture andremo in cerca di un po’ di “aria fresca”, con una serie di titoli proposti dai vari partecipanti.
(Claudia per il Gruppo di lettura)

martedì 11 marzo 2014

Incontro del 26.02.2014 – Animal

Eccoci giunti al terzo titolo del nostro ciclo di autori indiani: ed Animal, di Indra Sinha, edito da Neri Pozza nel 2009, è stato a detta di tutto il gruppo “la più indiana” di queste letture.
Animal vive in un tugurio allo Schiaccianoci, sobborgo poverissimo di Khaufpur; è un ventenne bello, intelligente, autoironico e… quadrupede: a seguito delle esalazioni venefiche sprigionate da un’esplosione nella vicina fabbrica di pesticidi di proprietà della Kampani, la colonna vertebrale di Animal ha infatti subito una graduale, irreparabile deformazione quando ancora era un bambino. Senza arrendersi alla sorte, Animal si autoesilia dal genere umano, scegliendo di aderire perfettamente al soprannome che gli è stato affibbiato; non tarderemo, tuttavia, a scoprire come quest’aspra rinuncia nasconda il desiderio impronunciabile di tornare a stare in piedi, di essere riconosciuto come essere umano e come tale amato.Il desiderio inizia a farsi speranza il giorno in cui, casualmente, Animal incontra Nisha, una ragazza che a causa della Kampani ha perso metà della sua famiglia, e che a pretendere giustizia sta dedicando la propria vita, affiancata da Zafar, generoso eroe del popolo, e sostenuta da suo padre Somraj, ex cantante di fama i cui polmoni sono pure stati compromessi dalle esalazioni. Inoltre, le speranze di Animal verranno nutrite dalla dottoressa Elli Barber, un’americana che, nella diffidenza generale, apre proprio di fronte a casa di Somraj un ambulatorio in cui si propone di curare gratuitamente le vittime del disastro.
Non ci dilunghiamo oltre sui dettagli della trama che, pur non essendo affatto un giallo, conserva una vena di suspence, legata alla difficoltà – tutta reale - di distinguere nettamente il bene dal male, di far coincidere coerentemente la bontà dei fini con quella dei mezzi. Come qualcuno di noi ha lucidamente osservato, Zafar ed Elli rappresentano due opposti approcci al problema della sofferenza delle persone: idealista il primo, pragmatica l’altra – ma è difficile dire cosa sia meglio, di fronte a un’ingiustizia immane, e a singole vite appese a un filo.
Dietro il nome di fantasia “Kampani”si cela quello della Union Carbide, responsabile nel 1984 del disastro di Bhopal, di cui a sua volta “Kaufpur” è specchio romanzato ma non troppo. Indra Sinha, nato a Bombay da padre indiano e madre inglese, comprese l’enormità delle conseguenze di quell’incidente solo quando, alcuni anni dopo, fu contattato da un comitato che chiese il suo aiuto per raccogliere fondi per la creazione di una clinica gratuita per le vittime: fu allora che germogliarono dentro di lui le premesse per la nascita di Animal e di tutti i suoi compagni di viaggio.
A questo proposito, Chiara ci ha sagacemente fatto notare come il titolo originale Animal’s People ponga evidentemente l’accento sulla dimensione corale, sociale della vicenda, benché a raccontarla in prima persona sia Animal, in un misto di hindi, d’inglese storpiato e del francese di Ma Franci, la suora che lo ha allevato e che ora è lui ad accudire, accogliendone con naturalezza gli apocalittici vaneggiamenti senili. La lingua di Animal è sguaita, spietata, ironica ma anche poetica, e la sua voce sfrontata risulta immancabilmente simpatica, mentre spinge a riflettere: questa è stata l’opinione positiva ampiamente condivisa dal gruppo, che – a parte Claudia - ha dunque perdonato all’autore quel poco di “Bollywood” cui non ha saputo resistere nel tratteggiare, per esempio, alcuni personaggi, o in certe repentine svolte della trama.

In diversi, questa volta, non avevano letto il libro, così abbiamo potuto brindare al Carnevale con tortelli, biscotti e spumante!
(Claudia per il Gruppo di Lettura)

mercoledì 12 febbraio 2014

Incontro del 05.02.2014 - L’interprete dei malanni

Causa pessime previsioni del tempo (era previsto  “big snow”, ma alle fine c’era solo una normalissima nevicata) questa volta ci siamo incontrati con una settimana di ritardo, cioè: il primo mercoledì di febbraio invece dell’ultimo di gennaio.
Libro della serata e secondo del nostro ciclo indiano era L’interprete dei malanni  di  Jhumpa Lahiri. Con questa sua opera prima la giovane autrice si è, nel 2000, subito aggiudicato il prestigioso Premio Pulitzer. Grandi erano quindi le nostre aspettative, ma solo in parte sono state soddisfatte; anche se il giudizio generale del GDL era molto più positivo rispetto a Cuccette per signora (di Anita Nair) di cui avevamo discusso a fine novembre.
Il libro della Lahiri è una raccolta di nove racconti, ambientati in parte negli USA e in parte in India (Calcutta). I protagonisti quasi sempre sono indiani più o meno americanizzati, storie di emigrazione, tra povertà, emarginazione, nostalgia,  grandi aspettative e voglia di integrarsi.
Disagio temporaneo, ambientato a Boston, racconta di una giovane coppia indiana in piena crisi matrimoniale dopo aver perso un figlio.  È una storia molto intimista ma anche abbastanza occidentalizzata.  (A questo proposito ad alcuni partecipanti del nostro GDL è venuto il “dubbio” che gli autori indiani che riescono ad avere successo internazionale vivono e/o studiano e/o lavorano quasi tutti in occidente, soprattutto in Inghilterra e negli USA.)
L'interprete dei malanni , che ha dato il titolo al libro, è invece uno dei pochi racconti che sono ambientati in India, dove una famiglia americanizzata si reca in vacanza e viene guidata dal signor Kapasi, che svolge l’attività di interprete nell’accompagnare i turisti. Come secondo lavoro fa il mediatore linguistico in uno studio medico, perché oltre all’inglese in India persistono 22 lingue ufficialmente riconosciute e non è facile comunicare tra gli stessi indiani. Kapasi ritiene umiliante questo lavoro ed è ben felice del fatto che la “turista americana” prova interesse per la sua strana professione. 
Il terzo e ultimo continente era forse il racconto che ha emozionato di più i partecipanti del nostro Gruppo di lettura. Parla di un giovane bangalese che negli anni ’60 lascia l’India per andare a studiare e lavorare a Londra e dopo qualche anno a Boston negli USA. Lì affitta una stanza da una donna  americana di 103 anni. L’anziana è talmente fiera che gli americani siano sbarcati sulla luna che tutte le sere con lei diventa un rito ricordare questo evento e gridare "Fantastico!" La permanenza in questa casa finisce quando Mala, giovane indiana che lui ha sposato in un matrimonio “combinato” dalla sua famiglia, riesce finalmente ad avere il visto e a raggiungerlo a Boston. Il narratore cerca di farci capire come da un matrimonio organizzato e quindi da una condizione di indifferenza possa nascere un rapporto d’amore dolce e solido. Poi, con un salto in avanti di molti anni, ritroviamo la coppia quando c’è già un figlio adulto che studia ad Harvard.  ”Mala non si avvolge più il sari sulla testa, la notte non piange più per i suoi genitori, ma qualche volta piange per nostro figlio. Allora andiamo a trovarlo … lo portiamo a casa per il fine settimana, a mangiare riso con le mani insieme a noi, a parlare bengali, perché ci viene il timore che smetterà di farlo dopo la nostra morte …”
Questo racconto ha una forte componente autobiografica. La stessa Jhumpa Lahiri è  nata a Londra da genitori indiani bengalesi, ma è cresciuta nel Rhode Island. E in un’intervista su La Repubbica sottolinea che spesso i genitori (indiani emigrati)  fanno di tutto per trasmettere ai loro figli il famoso “sogno americano” rischiando però di creare una specie di alieni che sono stranieri in entrambi i mondi. Della sua infanzia dice: "I miei non parlavano mai dell’India, mia madre magari un po’ e in modo superficiale. Forse perché gli immigrati hanno questo desiderio di tagliare le radici. Così l’India per me era come la luna. Come io stessa ho sperimentato, ci vogliono tre generazioni per integrarsi. La prima, quella dei miei non parlava bene la lingua e ogni volta che apriva bocca scatenava una reazione tipo "voi siete diversi", la seconda, la mia, era divisa tra amici, musica e cibo bengalesi e vita americana, e la terza, che non ha più legami col passato. I miei figli non parlano né bengalese né spagnolo e mangiano indifferentemente curry, riso e fagioli, pasta. Ma si sentono al cento per cento di Brooklyn. E questo è positivo? Non lo so. I miei sapevano sempre chi erano e quale era il loro posto nel mondo. Io ho provato smarrimento e confusione dall'inizio alla fine e l'appartenenza solo alle persone.” 
“La letteratura indiana mi sembra piena di tristezza” diceva una delle partecipanti al nostro incontro in biblioteca. E quasi tutti i presenti confermavano questa sensazione.
Per rasserenarci ed addolcirci la serata invece ci ha pensato Claudia con la sua ottima torta di mele fatta in casa. Ed anche il tè caldo è stato molto gradito in quella serata piovosa e fredda…
Prossimo incontro: mercoledì 26 febbraio per parlare di “Animal” di Sinha Indra.
Buona lettura a tutti!

(Helga per il Gruppo di lettura)




lunedì 23 dicembre 2013

Incontro del 27.11.2013 - Cuccette per signora

Con l'incontro del 27 novembre è iniziato il nostro ciclo sulla letteratura indiana. Tuttavia il libro della serata, Cuccette per signora di Anita Nair, è apparso a tutti poco indicato a soddisfare la curiosità sugli usi e costumi indiani. Molti si sono lamentati del fatto che non hanno trovato l'India in questo romanzo, che è troppo europeo e che le vicende raccontate potevano essere accadute ovunque.
Il viaggio di cui sui parla nel libro è solo un pretesto, è in realtà la storia di una presa di coscienza, un percorso metaforico che la protagonista intraprende per capire se stessa.
Le vicende raccontante dalle persone che la protagonista incontra durante il suo viaggio in treno sono storie che vedono la donna in posizione di inferiorità e sottomissione, quindi forse voleva essere anche un po' un libro di denuncia, ma rimane comunque una denuncia lieve, la trama non è accattivante e non è uno di quei libri che vien voglia di rileggere.

Noi ci siamo trovati anche il 18 dicembre per la consueta pizza natalizia con scambio di auguri. A dicembre non ci sarà alcun incontro, ci rivediamo l'ultimo mercoledì di gennaio. Speriamo che il libro di cui si parlerà, "L'interprete dei malanni", sia più "indiano".

Buone feste a tutti.

martedì 12 marzo 2013

Incontro del 27 febbraio 2013 - Il ristorante dell'amore ritrovato


A differenza del mese scorso, quando il libro di Saramago aveva creato non poche difficoltà, questa volta il libro della scrittrice giapponese Ito Ogawa è stato letto praticamente da tutti.
La protagonista, una ragazza che lavora nelle cucine di un ristorante turco di Tokyo, rientra una sera a casa e scopre che il suo fidanzato se ne è andato svuotando completamente l'appartamento. Ritrovandosi sola, senza soldi e senza voce a causa dello shock, non le resta che ritornare a casa della madre, al villaggio natio, dove non mette più piede da quando, quindicenne, è scappata di casa. Là, nella quiete dei monti, matura il suo dolore. Una mattina, però, osservando il granaio della casa materna, ha un'idea singolare per tornare pienamente alla vita: aprire un ristorante per non più di una coppia al giorno, con un menu ad hoc, ritagliato sulla fisionomia e i possibili desideri dei clienti.
Il libro è infarcito di personaggi e aneddoti che permetteranno di affrontare tematiche come l’amore, l’abbandono, la vecchiaia, la diversità, il rapporto madre-figlia, la malattia, la morte: il tutto però sempre accompagnato, insaporito e addolcito dalle delizie culinarie.
Proprio questi aneddoti singolari hanno dato vita al nostro dibattito. Qualcuno li ha trovati divertenti, qualcuno li ha trovati strani e a volte addirittura di cattivo gusto. In generale il libro è piaciuto, anche se a tratti può lasciare un senso di tristezza e desolazione. Qualcuno, leggendo l'incipt, si aspettava forse una storia diversa, in cui la protagonista andasse alla ricerca del fidanzato per "vendicarsi" in qualche modo del torto subito. Invece questo non succede, l'episodio viene raccontato e poi lasciato lì in disparte per lasciare spazio ad altre storie.
L'ultima parte dell'incontro è stata dedicata, come al solito, alla programmazione dei prossimi mesi ed è stato confermato che dal mese di maggio partirà un ciclo dedicato agli scrittori africani. Finalmente.
Intanto il prossimo appuntamento è fissato per mercoledì 27 marzo con "Venuto al mondo" di Margaret Mazzantini.
(Maria Teresa per il Gruppo di lettura)

mercoledì 7 dicembre 2011

Incontro del 30.11.2011 - Il mio nome è Asher Lev

Ziano mercoledì scorso sembrava una città fantasma. Non c'era in giro nessuno, il paese era vuoto, silenzioso e completamente avvolto nella nebbia. Pochi si sono avventurati fuori casa per venire in biblioteca a parlare del libro di Chaim Potok, "Il mio nome è Asher Lev". Tra gli assenti, anche la persona che lo aveva proposto ed è stato un vero peccato non poter sentire il suo parere e le motivazioni che l'hanno spinta a farci leggere questo libro.
La storia di Asher Lev è piaciuta a tutti soprattutto perché ci ha fatto rendere conto che la nostra conoscenza della cultura ebraica è molto superficiale. Quando abbiamo deciso di fare un ciclo sulla letteratura asiatica, volevamo scoprire mondi a noi lontani, e devo dire che grazie ai libri che abbiamo scelto, abbiamo ottenuto lo scopo. Nel libro di Potok si parla in particolare degli ebrei ortodossi appartenenti alla corrente dello Chassidismo, una minoranza caratterizzata da un forte spirito di unione ma anche da una notevole chiusura mentale che è la causa dei conflitti all'interno del romanzo. Il protagonista nasce con uno straordinario dono per la pittura, uno dono che per certi versi è anche una condanna. Infatti quello che egli sente di dover disegnare non sempre coincide con quello che egli ritiene giusto in base agli insegnamenti ricevuti e ai valori della micro-società in cui vive. Questo porta notevoli conflitti sia tra il protagonista e il mondo esterno (in paricolar modo con la sua famiglia) sia tra il protagonista e la sua stessa coscienza. Questo aspetto del romanzo è risultato a tutti abbastanza chiaro, anche se non del tutto condivisibile, per qualcuno invece è risultato un po' incomprensibile il tema della "coscienza dell'artista", in quanto non sono stati descritti o spiegati bene i meccanismi che portano il protagonista a questo bisogno compulsivo di dipingere e disegnare. Qualcun'altro ha trovato il libro noioso a causa dello stile in cui è scritto e per la ripetitività di alcune scene e situazioni. Però nessuno ha interrotto la lettura a metà poiché la curiosità di sapere come si concludeva la storia era troppo pressante.
Il prossimo appuntamento con il gruppo di lettura è mercoledì 25 gennaio 2012, con "Middlesex" di Jeffrey Eugenides. Per i partecipanti al gruppo di lettura ci sarà una pizza natalizia martedì 13 dicembre. Non mancate!

lunedì 31 ottobre 2011

Incontro del 26.10.2011 - La strada celeste

Eccoci con il consueto resoconto della nostra serata in biblioteca, che si è svolta in modo un po' diverso. Solitamente iniziamo con i commenti al libro del mese e solo alla fine del dibattito lasciamo spazio ad altri argomenti. Questa volta invece, visto che si doveva decidere il prossimo ciclo di letture, quasi tutti i presenti si erano preparati 2 o più titoli ed erano ansiosi di proporli agli altri. Quindi la prima parte della serata è stata dedicata alla stesura del nuovo programma che non seguirà un tematica specifica e nemmeno un'area geografica, sarà semplicemente una serie di libri che a ciascuno di noi son piaciuti e che vogliamo condividere. Abbiamo già un elenco di 7 libri che ci porterà fino ad agosto del prossimo anno. Chi non era presente all'ultimo incontro, può ancora proporre dei titoli, li aggiungeremo man mano al programma.
La seconda parte della serata è stata poi dedicata a "La strada celeste" di Xinran, un libro che parla di amore, di speranza, solidarietà, altruismo e della stupidità della guerra. Il dibattito non è stato molto acceso in quanto tutti si sono trovati d'accordo nel dire che è un libro che vale la pena di leggere. Sono stati apprezzati sia lo stile semplice e giornalistico della scrittrice, sia gli argomenti trattati. I dettagli sullo stile di vita, sulla cultura e sulla spiritualità tibetana sono davvero molto affascinanti e i personaggi descritti sono indimenticabili. Un paio di persone sono venute all'incontro senza aver letto il libro, ma soltanto perché ahimè è difficilissimo da reperire. È fuori catalogo e si trova solo presso le librerie Reminders. È un vero peccato che libri così siano pressoché sconosciuti e che molte opere della stessa autrice in Italia non siano nemmeno state tradotte.
Ci si rivede il 30 novembre con la conclusione del nostro ciclo di letture asiatiche che è stato finora molto interessante.

martedì 4 ottobre 2011

Incontro del 28.09.2011 - Balzac e la piccola sarta cinese

Il libro di Dai Sijie ha trovato molti riscontri positivi tra i partecipanti all'incontro di fine settembre.
Il libro è piaciuto soprattutto per lo stile scorrevole, per il fatto che ci mostra una parte di storia cinese di cui molti di noi non erano a conoscenza (la pratica della rieducazione e la censura dei tempi di Mao), per la paricolarità dei personaggi (non solo quelli principali, ma soprattutto quelli di contorno, per esempio il capo del villaggio, il vecchio che mangiava "polpette di giada", le quattro "streghe", la mamma di quattrocchi, ecc.), perché racconta con leggerezza, e strappandoci spesso dei sorrisi, una situazione che nella realtà deve essere stata invece molto dura, ci mostra il fascino della tradizione orale (la capacità di emozionare gli altri raccontando la trama di un film o di un libro), e poi ci è piaciuto molto anche il finale. L'unica a criticare un po' questo libro è stata Helga che ha trovato un tantino eccessiva la leggerezza dell'autore. Per Helga era quasi come se l'autore ci volesse dire che è bastata la lettura dei classici della letteratura occidentale per rendere più bella la dura realtà della rieducazione. La maggior parte di noi invece non crede che il messaggio dell'autore volesse essere quello, e pensa invece che quei libri stessero a sottolineare il fascino del proibito.
Mancavano parecchie persone, ma c'è stato il rientro di Marinella che era da un bel po' che non veniva, e poi Lina ha portato una sua amica che speriamo si sia trovata bene in nostra compagnia e che ritorni nei prossimi mesi. In fine ringraziamo Daniela che ha portato una torta, anche se non avrebbe dovuto "pagare pegno" visto che il libro lo aveva letto.
Il prossimo appuntamento è per mercoledì 26 ottobre, con il libro di Xinran, La strada celeste. Invitiamo tutti i partecipanti a presentarsi con almeno 2 titoli di libri da proporre per il prossimo ciclo di letture che inizierà a gennaio.
(Maria Teresa per il Gruppo di lettura)

martedì 13 settembre 2011

Incontro del 31.08.2011 – Mappe per amanti smarriti

La serata si è aperta all’insegna delle assenze, eravamo presenti solo in 5 (fortunatamente si sono poi unite altre 2 persone) e dei dolci poiché, com’è ormai nostra consuetudine, chi non finisce il libro porta appunto un dolce. Io per prima non ho finito il libro per tempo e quindi ho pagato pegno! Anche Patrizia non lo ha finito perché lo ha trovato un po’ scontato,avendo letto altri libri sullʼargomento trovava,appunto, che non apportasse nulla di innovativo al tema dell’immigrazione Pakistana in Inghilterra e alla questione della religione. Gli altri pareri erano concordanti sul fatto che era scritto molto bene da un giovane autore pakistano che ha avuto il coraggio di scrivere delle verità e sotto vari punti di vista e su vari aspetti della sua religione e del suo popolo. Gela non era presente ma ci ha scritto che il libro le era piaciuto anche se aveva trovato delle difficoltà inizialmente, per i nomi che si confondevano e per il modo di scrivere un po’ prolisso che a volte “faceva perdere il filo” cosa che ha accomunato un po’ tutti. Helga e Renato, a cui il libro è piaciuto, hanno sottolineato quanto da questo libro si possono prendere spunti per svariate riflessioni. La questione si è poi spostata sui temi delle religioni e dell’immigrazione in generale ed è nato un’interessante dibattito, come sempre ci siamo confrontati ed è stato bello vedere ciò che la lettura di un libro può suscitare in ognuno di noi.
Ci siamo lasciati per ritrovarci poi a fine settembre con la lettura di “Balzac e la piccola sarta cinese”
(Lina per il Gruppo di lettura)

lunedì 1 novembre 2010

3 anni fa...

...Renato R., Helga H., Daniela C., Claudi P. e Maria Teresa G., membri del gruppo di lettura, partivano per un viaggio a Istanbul sulle tracce dello scrittore Orhan Pamuk. Ecco i retroscena...






Nel 2006, per la prima volta nella storia, l'Accademia Svedese assegnò il Nobel per la Letteratura a uno scrittore di nazionalità Turca: Orhan Pamuk. Era uno scrittore pressoché sconosciuto qua da noi e la biblioteca "Carla Carloni" di Ziano non aveva in catalogo nessuno dei suoi libri ma, in seguito al conferimento del premio, provvide prontamente ad acquistarne qualcuno. Quell'anno, in occasione della "pausa natalizia" ciascun membro del gruppo di lettura si portò a casa un libro di Pamuk e se ne discusse all'incontro di gennaio del 2007. Le reazioni furono le più svariate ma tutti in particolare rimasero colpiti dall'ambientazione dei romanzi, dal fascino della Turchia e di questa città, Istanbul, divisa tra due continenti. Pamuk scrive: "Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea,nelle case che si affacciavano sull'altra riva, l'Asia. Stare vicino all'acqua, guardando la riva di fronte, l'altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere". Difficile rimanere indifferenti davanti a una riflessione tanto profonda. Così nacque l'idea di un viaggio a Istanbul. Ci vollero alcuni mesi per riuscire a organizzare tutto e poi il 31 di ottobre del 2007 siamo partiti in 5 per questa avventura che ci ha portato alla scoperta della città del premio Nobel turco in 6 giorni. Il viaggio è stato organizzato tramite prenotazioni online senza il supporto di agenzie e la città è stata esplorata con cartina e guida Lonely Planet alla mano. Tra moschee e bazar, fortezze e ristoranti tipici, musei e hammam, crociere e librerie abbiamo vissuto un'esperienza davvero straordinaria.







(Maria Teresa per il Gruppo di lettura)