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mercoledì 3 aprile 2019

Incontro del 27-03-2019 - Dolores Claiborne

Finalmente anche Stephen King, notoriamente conosciuto come scrittore horror, è approdato al nostro gruppo di lettura.
In realtà Stephen King non scrive solo libri su mostri e vicende soprannaturali, scrive anche di altri argomenti, ma soprattutto è un eccellente narratore.
Dolores Claiborne è un libro che non appartiene al filone horror, è un libro molto realista e affronta temi importanti, e purtroppo attuali, come le violenze domestiche.
Il libro è un lungo monologo, pronunciato dalla protagonista (la donna il cui nome è anche il titolo del libro) in una stazione di polizia. Gli altri personaggi (compresi gli agenti che ascoltano la sua spontanea deposizione) li conosciamo solo attraverso la voce di Dolores. Non ci sono capitoli, sezioni, sottosezioni o linee bianche che intervallano il testo. C'è soltanto un lungo fiume di parole che procede ininterrotto per circa 260 pagine. Lo stile è colloquiale e sgrammaticato, come si addice al livello culturale della protagonista, ed in italiano è stato reso principalmente con l'uso sbagliato dei congiuntivi.
Oltre allo stile, altro punto di forza del libro è l'approfondimento psicologico dei due principali personaggi femminili (Dolores e Vera Donovan). È incredibile come King abbia saputo immedesimarsi e raccontare questa storia dal punto di vista di una donna.
I partecipanti alla serata si sono dimostrati entusiasti e disposti a leggere altro dello scrittore in futuro.

Il prossimo incontro non si terrà l'ultimo mercoledì di aprile perché sarebbe in concomitanza con festività Pasquali e ponti vari. Abbiamo dunque posticipato l'incontro a martedì 30 aprile per consentire a più persone di essere presenti. Parleremo di "La stanza del vescovo" di Piero Chiara.

martedì 20 novembre 2018

Incontro del 31 ottobre 2018 - Pastorale americana


Con “Pastorale americana” Philip Roth vinse il Premio Pulitzer per la narrativa 1998. E’ un romanzo sull’American Way of  Life, un’allegoria politica, la storia di una famiglia americana tra gli anni 60’ e l’inizio degli anni ’90: una famiglia che parte con tutte le premesse per essere una normale e felice famiglia americana e che a un certo punto esplode.  

“Lo Svedese”, come è soprannominato Seymour Levov, il personaggio principale della storia, vede crollare il suoi valori e il suo mondo “perfetto” quando l’adorata figlia Merry diventa terrorista.  “Pastorale americana” è un libro di quasi 500 pagine. Ma in fondo c’è un unico vero evento: LA BOMBA. Il resto sono pensieri, ricordi dolorosi, una minuziosa analisi interiore di questo disastroso crollo familiare, un pezzo di intonaco per volta, un mattone dopo l’altro. In un certo senso è anche il crollo del sogno americano.

Il libro finisce con un Open end, con l’ultima frase che domanda:
“Ma cos’ha la loro vita che non va? Cosa c’è di meno riprovevole della vita dei Levov?"

La maggior parte dei presenti al nostro incontro di fine ottobre ha apprezzato la straordinaria intensità nella scrittura di questo libro, e l’argomento ci ha fatto pensare, riflettere e discutere molto. Ma tra i giudizi più espressi si sentiva anche: “lettura pesante”, “libro troppo lungo”, “poco digeribile”. Peccato, forse bisognerebbe rileggerlo una seconda volta, la ri-lettura spesso fa emergere aspetti e concetti che in un primo momento non vengono subito capiti. E forse bisogna essere proprio americano, e anche americano di una certa generazione, per capire fino in fondo il momento storico (ribellioni anti-capitaliste, guerra in Vietnam, lotta per i diritti civili) che Philip Roth ci racconta in questo romanzo.

Prossimo incontro del GDL a fine novembre, parleremo di “Chiamami col tuo nome” di André Aciman.
(Helga, membro del GDL “CoLibri”)

giovedì 18 ottobre 2018

Incontro del 26 settembre 2018 - Stoner

Dalla postfazione di Peter Cameron: "William Stoner ha una vita che sembra essere assai piatta e desolata. Non si allontana mai per più di centocinquanta chilometri da Booneville, il piccolo paese rurale in cui è nato, mantiene lo stesso lavoro per tutta la vita, per quasi quarant'anni è infelicemente sposato alla stessa donna, ha sporadici contatti con l'amata figlia e per i suoi genitori è un estraneo, per sua ammissione ha soltanto due amici, uno dei quali morto in gioventù. Non sembra materia troppo promettente per un romanzo e tuttavia, in qualche modo, quasi miracoloso, John Williams fa della vita di William Stoner una storia appassionante, profonda e straziante. Come riesce l'autore in questo miracolo letterario? A oggi ho letto Stoner tre volte e non sono del tutto certo di averne colto il segreto, ma alcuni aspetti del libro mi sono apparsi chiari. E la verità è che si possono scrivere dei pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria. È il caso che abbiamo davanti. "

"Stoner" di John Williams, il "nostro" libro del mese di settembre, è stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1965. Era una specie di flop, all'epoca ha venduto solo duemila copie. Solo nel 2003 è stato ripubblicato e grazie al passaparola nei social media è diventato un best seller mondiale.

Anche ai partecipanti del nostro GDL di settembre è piaciuto. Williams ci mostra il protagonista del suo romanzo come una figura autentica e diretta. Alle imposizioni e alle ingiustizie della vita, Stoner si oppone con un atteggiamento stoico e con una sorta di tolleranza. Il nostro gruppo era diviso però sulla questione se trovarla ammirevole o oltraggiosa. Perché con solo un po' più di egoismo, su questo eravamo tutti d'accordo, la vita di Stoner sarebbe stata molto più felice.

Prossimo incontro a fine ottobre, parleremo di "Pastorale americana" di Philip Roth 

(Helga, membro del GDL "CoLibri")

sabato 15 settembre 2018

Incontro del 29 agosto 2018 - Occhio di gatto


Con “Occhio di gatto” della scrittrice canadese Margaret Atwood è iniziato il nostro nuovo ciclo di lettura dopo la lunga (e calda) pausa estiva. E’ un romanzo che ci racconta molto sullo stile di vita di metà ‘900 in Canada.
In occasione della prima retrospettiva delle sue opere la pittrice Elaine, protagonista del libro, torna dopo tanti anni a Toronto, la città dove è cresciuta. E qui si/ci ricorda il suo passato, la sua famiglia, le sue amiche e anche diversi eventi traumatici della sua infanzia/gioventù.
C’è una famiglia anticonformista, un padre entomologo che grazie al suo lavoro “costringe” la famiglia a vivere per un lunghi periodi nei boschi, con molta libertà, senza convenzioni “borghesi”, ma anche senza rapporti con la società circostante. Per Elaine, bambina, significa di crescere senza molti riferimenti femminili, imitando i comportamenti maschili e modi di pensare/agire del fratello più grande, unico compagno di gioco per anni. Quando poi, una volta raggiunta l’età scolastica dei figli, la famiglia diventa “sedentaria” (il padre insegnerà all’università di Toronto) Elaine cerca di assumere il suo nuovo ruolo da “femmina”.
Con un po’ di difficoltà trova delle amiche, tra cui anche Cordelia, “leader” del piccolo gruppo e sua aguzzina. L'unico vero alleato di Elaine è un occhio di gatto, una biglia di vetro, dura, fredda, forte come lei avrebbe voluto diventare.
Quella prima parte del romanzo parla della “crudeltà” tra bambini che oggi spesso viene chiamato “bullismo”.   Nella seconda invece impariamo molto sul movimento femminile e sul mondo dell’arte degli anni ‘60/’70 in Canada.
“Occhio di gatto” è un romanzo complesso e non banale e ha suscitato reazioni diverse nel nostro GDL. I giudizi andavano da “fantastico” e “meraviglioso” a “irritante” e persino “interessante ma troppo lungo”. In ogni caso, gli argomenti trattati dalla Atwood ci hanno stimolati anche questa volta ad una discussione  lunga, intensa e come sempre interessante.
Prossimo incontro a fine settembre con “Stoner” di John Williams.

martedì 3 luglio 2018

Incontro del 27.06.2018 - Le nostre anime di notte

All'incontro di fine giugno abbiamo avuto due sorprese: la visita di una coppia di ex-partecipanti al gruppo (che difficilmente torneranno perché si sono trasferiti in un'altra città) e una new-entry che speriamo di rivedere anche nei prossimi mesi.
Anche il libro "Le nostre anime di notte" di Kent Haruf (proposto da Maria Teresa) è stata una piacevole sorpresa. 
Nonostante sul retrocopertina sia elogiato come uno dei migliori scrittori americani, Kent Haruf era sconosciuto a tutti. Ha scritto una serie di tre romanzi noti come "La trilogia della pianura", mentre "Le nostre anime di notte" è la sua ultima opera, completata pochissimi giorni prima della sua morte nel 2014 e pubblicata postuma. Noi lo abbiamo conosciuto soltanto ora e siamo rimasti piacevolmente colpiti dalla storia e dalla delicatezza della sua scrittura.  
Addie e Louis sono due anziani, entrambi vedovi che vivono in una cittadina americana di fantasia. Malgrado si conoscano poco, su proposta di lei, iniziano a trascorrere le notti insieme. Non c’è malizia nel loro comportamento, soltanto il desiderio di avere qualcuno accanto nel buio con cui parlare prima di addormentarsi. Il libro è imperniato sulla progressiva confidenza che si instaura tra i due, che addirittura arrivano ad essere la perfetta coppia di nonni che si prende cura del nipotino di Addie trascurato dai propri genitori. Sarebbe tutto perfetto ma purtroppo i pettegolezzi della gente e soprattutto l'egoismo del figlio di Addie, romperanno questo idilio.
È proprio sul comportamento del figlio che abbiamo dibattuto più a lungo: Addie, che sembrava il personaggio più forte, cede al ricatto, forse perché schiacciata dai sensi di colpa. Come ha detto qualcuno: "L'origine di tutti i mali è la famiglia".
Nel finale, i due protagonisti riprendono a contattarsi telefonicamente e questo ci ha lasciato con la speranza che forse qualcosa può ancora essere recuperato.
Ci siamo soffermati anche sullo stile estremamente sintetico e diretto, quasi privo di punteggiatura, che ben si adatta ai protagonisti di questo libro, che hanno vissuto a lungo e sanno bene cosa sia superfluo.
Un romanzo breve, ma che resta nel lettore ben più a lungo del tempo che occorre per leggerlo. 

A luglio, come sempre, ci prendiamo una piccola pausa. Ci si vede mercoledì 11 per una pizza e poi a fine agosto con il libro di Margaret Atwood, Occhio di gatto. Buone vacanze a tutti!

venerdì 1 giugno 2018

Incontro del 30.05.2018 - La controvita

Il libro del mese era "La controvita" di Philip Roth, proposto da Helga.
Il libro è suddiviso in 5 capitoli lunghi. Nel primo capitolo, il dentista Henry Zuckerman, fratello dello scrittore Nathan Zuckerman (protagonista di altri romanzi di Roth e suo alter ego) a soli 39 anni si trova a dover affrontare una malattia cardiaca e i farmaci che è costretto a prendere lo rendono impotente. Invasato dalla relazione extraconiugale con la sua assistente, Henry decide di sottoporsi a un intervento chirurgico per poter smettere i medicinali, ma purtroppo morirà in sala operatoria. Nel secondo capitolo, dopo l'intervento chirurgico, la storia prosegue in modo completamente diverso rispetto al capitolo precedente: Henry sopravvive e poi fugge in Israele in preda a una crisi mistica e di identità. In un altro capitolo ancora è Nathan il fratello malato di cuore che morirà in sala operatoria...
Realtà e finzione si mischiano in un libro metaletterario di cui alla fine non si capisce più quali personaggi/eventi sono usciti dalla fantasia di Roth e quali dalla fantasia di Nathan. Quali sono i personaggi/eventi del romanzo? E quali quelli del romanzo nel romanzo?
Questa volta non si può dire che ci sia stato un vero dibattito su questo libro perché non c'era granché da dire. Si tratta di un libro che deve essere prima di tutto capito per poterlo apprezzare. Una volta che il lettore comprende che Roth sta giocando, che sta mischiando gli stessi ingredienti inventando in ogni capitolo una storia diversa, il libro scorre via veloce per la curiosità di scoprire che cosa ci aspetta nelle pagine successive.
Se non si coglie questo aspetto, si rimane delusi, non si apprezza l'ironia e ci si ferma a un livello superficiale.

Il caso ha voluto che avessimo scelto di leggere Philip Roth a maggio e lui purtroppo è mancato proprio pochi giorni prima del nostro incontro. Senza aver ricevuto il Premio Nobel che, secondo noi, avrebbe senza dubbio meritato. Abbiamo pertanto deciso di omaggiarlo, leggendo nei prossimi mesi "Pastorale americana". A breve pubblicheremo il nostro calendario di letture aggiornato.

(Maria Teresa per il Gruppo di lettura)

giovedì 27 aprile 2017

Incontro del 26-04-2017 - Il peso dell'acqua

Il libro della scrittrice americana Anita Shreve racconta la storia di Jean, una fotografa, che giunge sull'isola di Smuttynose al largo della costa del Maine e del New Hampshire, insieme al marito, alla figlioletta, e al cognato con la fidanzata, per realizzare un servizio per una rivista. Per puro caso Jean trova in biblioteca il memoriale di Maren, una donna sopravvissuta a un evento cruento avvenuto sull'isola alla fine dell'800.
Il romanzo è dunque diviso in due parti: il presente, raccontato dal punto di vista di Jean e il passato raccontato in prima persona dal punto di vista di Maren.
L'omicidio di due donne norvegesi nel 1873 è un fatto di cronaca, quindi la scrittrice ha unito eventi realmente accaduti ad altri di pura fantasia. 
L'idea era buona ma il libro non ci ha convinti. 
Entrambe le storie sono poco approfondite, i personaggi hanno poco spessore, il finale inutilmente crudele, lo stile poco coinvolgente.
Nella versione originale le due storie sono presentate usando due registri linguistici diversi, differenza che non è stata mantenuta nella traduzione italiana, ed è sicuramente un punto a suo sfavore. 
Abbiamo provato a dare un senso a questo libro cercando delle similitudini (un po' stiracchiate) tra le due storie e cercando di capire il perché di questo titolo. Qualcuno ha ipotizzato che si riferisse al fatto che le protagoniste delle due storie avessero entrambe "un peso", un fardello da portare, qualcun altro che si riferisse al peso dell'acqua sul corpo della bambina annegata, qualcun altro ha invece tirato fuori addirittura il principio di Archimede.
Il libro era stato proposto per la sua ambientazione "insolita", ma anche le descrizioni dei luoghi sono state deludenti.

Ci rivediamo il mese prossimo, con il romanzo islandese L'eccezione di Auður Ava Ólafsdóttir.

(Maria Teresa per il Gruppo di lettura).

mercoledì 16 novembre 2016

Incontro di mercoledì 26 ottobre 2016 - Ragazzo negro



Per il mese di ottobre, abbiamo fatto un’incursione negli Stati Uniti della prima metà del secolo: ad accompagnarci, ancora una volta uno scritto ampiamente autobiografico, Ragazzo negro di Richard Wright, scritto nel 1945.

Il romanzo ripercorre la vita dell’autore dall’infanzia, negli Stati Uniti del Sud, alle soglie dell’età adulta, quando – dopo svariate vicissitudini – decide di partire per il Nord, per cercare maggiori opportunità per sé e per la sua famiglia. 

Ben scritto e ben tradotto, nella storica edizione Einaudi, il racconto di Wright tratteggia in maniera sottile e profonda quello che è stato il razzismo nell’America di inizio secolo: non solo i divieti, le umiliazioni, i pestaggi gratuiti ed impuniti dei neri, ma anche il tentativo dei bianchi di controllarne i pensieri, i desideri e le ambizioni. 

Cresciuto in una famiglia umile, con una zia e una nonna di religiosità bigotta, il giovane Richard è spinto a desiderare e cercare di più solo dalla propria indole e dalla propria intelligenza; le stesse, lo spingono al limite dell’imprudenza: come gli dice un amico, “Tu in presenza dei bianchi ti comporti come se non sapessi che sono bianchi. E loro lo vedono”. D’altra parte, è proprio grazie ad un collega bianco che Richard potrà, col sotterfugio, accedere ad una biblioteca e nutrirsi avidamente degli autori americani a lui contemporanei, potendo comprendere pienamente quel che fino ad allora ha “solo” sperimentato.

Quando il protagonista deciderà di lasciare il Sud, dovrà fingere – per le ragioni di cui sopra - con il suo datore di lavoro di dover supinamente seguire la madre malata; è qui che il romanzo termina, ma sappiamo che Wright si trasferì a Parigi negli anni ’40, dove farà amicizia con Sartre e Camus, acquisendo poi la cittadinanza.

La lettura ha offerto spunti per riflettere su quanto siano o non siano cambiate le forme del razzismo negli USA di oggi, suggerire confronti con letture e film come The help e A spasso con Daisy. C’è stato spazio anche per una sbrisolona, un goccio di vino e scambi di opinione sul recente Nobel assegnato a Bob Dylan e sull’imminente referendum costituzionale.
(Claudia, per il Gruppo di Lettura CoLibri)

martedì 20 settembre 2016

Incontro di mercoledì 31 agosto 2016 - Seppelllite il mio cuore a Wounded Knee



E dopo il racconto del genocidio degli armeni in Anatolia abbiamo letto un altro libro sul tema: “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” di Dee Brown, che racconta un altro genocidio,  il trentennio (1860-1890) della “soluzione finale” per il problema indiano d’America. Non è un romanzo, ma una raccolta molto dettagliata delle fonti disponibili sulla sistematica distruzione della cultura e della civiltà dei pellerossa a fine ottocento da parte dei bianchi (soldati, Giacche Blu, commercianti di pellicce, cercatori d’oro, avventurieri, costruttori di ferrovie, missionari…)

E’ un libro crudo, duro, non ci risparmia niente: Parla  di deportazioni  sistematiche, di uccisioni programmate, persino dell’invio di coperte infette di vaiolo nelle riserve indiane…      

Per la prima volta a parlare sono gli indiani stessi, dai grandi capi agli oscuri guerrieri; narrano come venne distrutto un popolo e il mondo in cui viveva. E’ la vera storia della conquista del West, piena di dolori e disperazione dalla parte dei pellerossa, imbrogliati, maltrattati, sterminati nelle loro terre.

All’incontro di fine agosto eravamo in pochi a parlare di questo libro. Ma eravamo tutti d’accordo: è uno dei libri più belli e più importanti mai usciti sul Far West. Assolutamente da leggere, magari a piccole dosi. Perché è un libro “forte”, non è facile reggere emotivamente tutto di un fiato, per più di 400 pagine, le cattiverie e brutalità descritte … 

Prossimo libro: “L’ultimo dei Mohicani” di J.F. Cooper. Ne parleremo a fine settembre.

(Helga per il Gruppo di letture “CoLibri”)

giovedì 10 marzo 2016

Incontro di mercoledì 24 febbraio 2016 - Ogni mattina a Jenin



Il romanzo di febbraio, Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa, è senz’altro quel che si dice, un po’ grossolanamente, “un pezzo da novanta”.
Attingendo anche alle proprie esperienze, l’autrice narra le vicende di una famiglia palestinese dal secondo dopoguerra ad oggi, dalla prima occupazione israeliana all’emigrazione negli Stati Uniti.
Intenso, umano, struggente, straziante, scritto con semplicità e sapienza letteraria, questo romanzo si è lasciato assaporare lentamente, dando voce ad un punto di vista – rispetto alla questione israelo-palestinese – se non certo inedito, in qualche modo spesso trascurato. Per me personalmente, è stato uno squarcio nel velo dell’ignoranza.
Ogni mattina a Jenin non risparmia al lettore nessuna delle crudeltà che l’uomo può perpetrare sull’uomo, trasforma quelli che solitamente sono numeri e dati nelle notizie di politica estera in persone e nelle loro vite dilaniate. Eppure in Amal, protagonista e a tratti voce narrante, c’è disperazione, c’è un dolore senza fine, c’è rabbia e gelo e durezza, ma mai odio per i propri carnefici.
E’ stato bellissimo condividere una lettura capace di dare i brividi, scambiandoci spunti di riflessione che spaziano dalla bellezza della scrittura, all’intensità emotiva, alle considerazioni su quanto di terribile possa esserci nell’uomo in branco - su come la vittima possa farsi carnefice – e quanto di puro possa conservarsi in un individuo.
Consigliatissimo, a tutti, tutti, tutti.

(Claudia per il Gruppo di Lettura)